Legge finanziaria 2026
L’USIM – Unione Sindacale Italiana Marina esprime il proprio disappunto sulla nuova bozza della legge finanziaria 2026, in cui ancora una volta viene creata una profonda disparità di trattamento economico.
Con l’art. 58 della prossima manovra finanziaria il personale non dirigente in regime di diritto pubblico, salvo espressa rinuncia scritta del prestatore di lavoro, sarà assoggettato, entro il limite di 800 euro, ad una imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15 per cento. Da questa misura sono esclusi gli appartenenti alle Forze Armate e alle Forze di Polizia.
Da una parte si promettono tagli all’IRPEF e detassazione degli straordinari; dall’altra si esclude chi usufruisce della defiscalizzazione legata al riordino. Una disparità ingiusta che spezza il patto tra chi difende la Patria e chi gestisce le risorse, tra chi mette a rischio la propria vita e chi decide dove tagliare o investire. E tutto si riverbera non solo sui singoli, ma sulle famiglie, sui ragazzi che vedono negli uomini in uniforme un punto di riferimento e sulle comunità che contano sulla fiducia reciproca.
Il beneficio della detassazione delle indennità accessorie di cui all’art. 45 comma 2 del d.lgs. 95/2017 andrebbe esteso a tutti i militari con reddito fino a 50.000 euro al fine di parificarli con il pubblico impiego!
A ciò si aggiunge la questione previdenziale tuttora irrisolta. Da una parte si annuncia una corsia più rapida per l’erogazione del TFS, dall’altra si chiude la porta all’invecchiamento del personale. L’aumento di tre mesi riservato alle sole Forze Armate e Polizia ignora le loro specificità, le loro fatiche quotidiane e le necessità operative reali. Non si tratta solo di numeri: si tratta di una vita professionale scandita da turni massacranti, rischi quotidiani, sacrifici in silenzio. Spesso gli anni di servizio coincidono con la nascita di una famiglia, con la crescita dei figli, con la salute che passa in secondo piano. Eppure, migliorie che sembrano minime su carta si traducono in grande sofferenza concreta sul campo.
Si apprezza la riduzione dei tempi di pagamento del TFS, ma restano ancora in piedi sia una mancata sostanziale defiscalizzazione sia l’impossibilità per il personale militare delle Forze Armate e delle Forze di Polizia all’anticipo del TFS, così come ben specificato dalla circolare INPS n. 130 del 2020. È necessario, quindi, evitare una disparità di trattamento che duole e frustra.
Sul fronte previdenziale, la specificità militare non è negoziabile: chi è in uniforme deve essere escluso da qualsiasi incremento dei limiti di età. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva assunto un impegno formale a non intervenire in tal senso. E va ricordato anche il tema della previdenza complementare del 1995, mai attuata: prima di parlare di innalzamento dell’età pensionabile è indispensabile far partire la previdenza integrativa militare. Non è più una rivendicazione, ma un obbligo morale dello Stato. In una società che pretende gratificazione immediata, è doveroso costruire un percorso di protezione che duri nel tempo, capace di accompagnare chi ha speso la propria vita al servizio degli altri.
Questa non è una questione puramente contabile: è una questione di dignità, di riconoscimento, di fiducia nel patto sociale. La dignità dei militari non è negoziabile, né comprimibile in matematica di bilancio. Ogni rinvio, ogni promessa non mantenuta, alimenta un senso di abbandono e di vulnerabilità che si ripercuote non solo sugli individui, ma sull’intera comunità nazionale. Quando le forze che proteggono la patria vedono il loro status e le loro condizioni minati da scelte che sembrano fredde e distanti, la coesione si indebolisce e la professione perde attrattiva per i giovani che dovrebbero ambire a seguirne l’esempio.
Serve un segnale forte, immediato, che il personale attende e che solo il Governo può dare. Non è solo una questione di bilanci: è una questione di responsabilità etica, di continuità dello Stato, di fiducia nel patto che tiene insieme chi difende la Patria a chi amministra le risorse. Chiediamo risposte chiare, piani concreti, scadenze precise. Chiediamo che le risorse vengano dedicate non a proclami, ma a strumenti tangibili di tutela per chi rischia ogni giorno per la sicurezza di tutti.
In questa fase, l’appello è alle istituzioni, ma anche alla coscienza collettiva: la difesa della Patria non è solo una questione di casse o di numeri, è una promessa di sicurezza e di dignità, mantenuta solo se si riconoscono subito i bisogni reali del personale in uniforme. È tempo di passare dalle parole ai fatti, di trasformare le promesse in misure operative e di dimostrare che lo Stato non si dimentica di chi lo tutela.